La Corsa della Bora: essere qui è epico!

In un giorno di pioggia nel pieno dell’inverno fra le stradine di uno sperduto paesino del carso triestino due signore ci guardano attraversare ad un incrocio, sporchi di fango e grondanti acqua: siamo trailrunner, ma in quel momento sembriamo più dei biscotti troppo inzuppati nel latte, quelli che si sciolgono mentre li stai per mettere in bocca e immancabilmente ricadono nella tazza facendo ploff e schizzando in giro… avete capito! Noi siamo già oltre, pronti al prossimo tratto di single track con un po’ di fango (anzi… fango con un po’ di single track), ma sentiamo alle spalle le due signore commentare divertite che siamo uomini troppo cresciuti tornati bambini che si divertono a saltare nel fango e pestare i piedi nelle pozzanghere. Eh, sì! Quasi tornavo indietro per fargli i complimenti per il bellissimo paragone: da quel momento mi sono divertito ancora di più (e già mi stavo divertendo parecchio, nonostante la fatica e i tanti chilometri lasciati ormai alle spalle) e ho smesso completamente di cercare di evitare anche seppur minimamente le innumerevoli pozzanghere che avevo davanti… le ho prese tutte, una dopo l’altra: alcune mi risucchiavano fino alla caviglia, facendo quel rumore… come dire… quello di quando si finisce in mezzo al fango! Proprio quello!

La Corsa della Bora di quest’anno è stata epica. Sembra di usare la parola a sproposito, ma non se ne possono usare altre!! Epica è l’unica definizione possibile. La notte piove, la sentiamo dalla camera d’albergo, ma non ci pensiamo. La mattina, con il mondo ancora avvolto dal buio, ci prepariamo sulla linea di partenza, sotto l’acqua che cade ininterrottamente dal cielo, sembra ci sia una perdita al piano di sopra, ma gli idraulici sono tutti in ferie, perchè non smette proprio mai, nemmeno un minuto, neanche un secondo… tempo cinque minuti e mi potrebbero già strizzare, lo speaker non ha ancora dato il via. Partiamo, due metri (forse meno…) e un oceano di acqua marrone e fango ci sbarra il passo. Servirebbe il canotto o Caronte con il suo traghetto delle anime per farci passare dall’altra parte: qualcuno prova a passare di fianco, non hanno voglia di sporcarsi, non subito almeno. Si crea un po’ di coda… così per le prime dieci pozzanghere, ma tanto come andrà la giornata lo sappiamo tutti. Nessuno che pensi di uscirne immacolato, siamo tutti in un mare di fango! I chilometri passano, in salita servirebbe il 4×4, in discesa si scivola come se avessero appena messo la cera, qua e là si guadano le pozze come avventurieri d’altri tempi. Indiana Jones in confronto è un dilettante! Il passaggio in Val Rosandra: uno spettacolo! Ma è tutto uno spettacolo! I pochi passaggi noiosi (per modo di dire…) dello scorso anno sono stati cambiati, quindi lo sguardo ha sempre qualcosa di cui deliziarsi… e i ristori! Mamma mia, che ristori! Vale la pena fare la gara anche solo per i ristori.

Andiamo avanti, si sale, si scende. L’acqua ormai ci scivola addosso come se ormai fossimo una goccia nel mare: siamo bagnati, ma non siamo coscienti di esserlo, siamo fusi con l’acqua, anzi siamo noi l’acqua, siamo la pioggia…! I chilometri sono tanti e la fatica anche, quindi anche la lucidità fa cilecca, ma siamo felici. Ci sentiamo felicemente rimbecilliti: chi ha detto che non ci si ubriaca con l’acqua?! Il sole da qualche parte tramonta, non si sa dove, perché sopra le nostre teste di sicuro non c’è, ci sono solo nuvoloni carichi di pioggia; il mare lo vediamo in basso, steso ai nostri piedi, ma ce n’è un altro sopra: praticamente siamo schiacciati a panino tra due mari conditi con tanto fango! 

Ricomincia il bosco, i sentieri diventano trincee, le trincee diventano grotte: c’è un fotografo seduto su una sedia nel mezzo della grotta. Ci abbaglia con il flash della macchina fotografica e reagiamo come pipistrelli alla luce. Scappiamo, via, fuori all’aria aperta, verso gli ultimi chilometri: incontro alle due signore che ci aspettano all’incrocio e a cui vorrei dire che: Essere qui è epico!