Un racconto fantascientifico della maratona di Venezia

Regoliamo la valvola del respiratore, infiliamo le pinne e siamo pronti a lasciarci scivolare nelle acque della laguna. Da persone di fatica quali siamo, ex maratoneti, abbiamo scelto di visitare la città nella maniera più faticosa e movimentata. Avremmo potuto scegliere una comoda crociera con un sottomarino, invece abbiamo preferito farlo facendo fatica. 
Siamo nell’anno 2250, i cambiamenti climatici che hanno cancellato i ghiacciai dalle nostre montagne, hanno fatto alzare il livello dell’acqua nei mari e negli oceani e buona parte delle coste dei continenti sono sott’acqua. Dopo anni del fenomeno dell’acqua alta, anche Venezia è andata a fondo, anzi, è stata una delle prime a finire in fondo al mare. Adesso per visitarla organizzano crociere in sottomarino o avventurose immersioni con bombole di ossigeno e pinne. Noi siamo stati qui nel lontano 2024 per la maratona sociale del Marathon Club. Fa un certo effetto osservare a distanza di tanti anni i canali della città e i ponti sommersi dall’acqua. 
Ricordo che le gare partivano dalla terraferma: la maratona da Stra, le mezza maratona da Mestre, vicino al nostro albergo di allora e la 10 km dal Parco San Giuliano di Mestre. 
Quella spedizione, più che una squadra di atleti e maratoneti, sembrava una pubblicità promozionale per uno spot della Croce Rossa: tra infortunati ed acciaccati in pochi partivano con la speranza di ottenere qualche buon tempo; la maggior parte correva, perché correre è bello e farlo a Venezia era molto particolare fra i ponti e i canali. 
Ci aspettavamo una gara pianeggiante, perché Venezia era sul mare, anzi era in mare… non come adesso, ma già allora era abbastanza in mare… il dislivello invece c’era, eccome! Dopo trenta chilometri ogni ponte sembrava il Crap de la Parè
Io racconto come se la gara l’avessi fatta, ma ero infortunato al tendine d’achille, quindi sono soltanto cronista delle imprese di altri. Un po’ come il gallo Cantagallo che narra le avventure di Robin Hood. Baso le mie parole su quello che i protagonisti mi raccontarono al tempo…

La trasferta iniziò un venerdì mattina di fine ottobre quando il buio era ancora padrone della notte, ma iniziava la sua battaglia con la luce per il dominio del giorno. Era troppo presto per alzarsi dal letto! mi disse Nando qualche ora più tardi mentre il pullman era in viaggio per Venezia. All’epoca si viaggiava ancora su ruote e per percorrere la distanza che ci separava dalla nostra meta ci volevano oltre sei ore di noioso autobus. Oggi, con la tecnologia avanzata che abbiamo, bastano pochi minuti ai treni a propulsione solare per imboccare un condotto, simili a quelli delle poste pneumatiche, e scaricare i passeggeri praticamente ovunque in Europa. Per i trasferimenti extra oceanici ci sono i jet che viaggiano alla velocità della luce, anche se costano parecchio; mentre per i viaggi extra-atmosferici sulla Luna si utilizzano le capsule a combustibile meteoritico. Fu un trasferimento lungo, praticamente da colazione a pranzo, come una mattinata passata in ufficio… Arrivammo alle porte di Venezia in tempo per alzarci dai sedili del pullman e accomodarci dopo pochi passi sulle sedie del ristorante con le gambe sotto al tavolo. Dopo oltre un secolo i ricordi sono sfocati e non mi ricordo chi fu, ma qualcuno sedendosi emise un sospiro di stanchezza, come dopo una lunga camminata in salita. Che fatica! deve aver pensato dopo aver sceso i tre gradini del pullman, aver attraversato due strade ed essersi seduto a tavola.  
Dopo pranzo invece della pennichella in albergo che propose qualcuno per rinfrancarsi dalla fatiche della mattina andammo nella zona di Parco San Giuliano per ritirare i pettorali. Adesso è una distesa di sabbia e alghe in fondo al mare, ma a quei tempi era un esteso parco con alberi e prati ben curati che ospitava l’ufficio gare e gli stand che vendevano scarpe, abbigliamento sportivo e pubblicizzavano nuove gare di corsa a chiunque stesse pensando di fare una nuova fatica, prima ancora di lasciarsi alle spalle quella che ci si apprestava a fare di lì a due giorni. 

Prima del gran giorno della maratona però ci aspettava la visita della città. Scegliemmo un orario consono e comodo, soprattutto per Nando che mentre attraversavamo Piazza San Marco mi confidò sconsolato che Era troppo presto per alzarsi dal letto! Era l’alba. La città, a differenza di quanto si potrebbe pensare, non si illuminava dei colori pastellati della prima ora del nuovo giorno perché il sole si nascondeva dietro alle nuvole che coprivano come una coperta tutto il cielo. Era una mattinata grigia d’autunno e la città si svegliava, ma invece del formicaio di turisti che di lì a qualche ora avrebbe brulicato per le calli, si animava di studenti diretti a scuola e personale addetto alle consegne che con carrelli e gran fatica riempivano gli scaffali delle dispense dei ristoranti di ogni ben di dio destinato a quell’esercito di formiche affamate che neanche l’acqua alta avrebbe potuto affogare.

Con pinne e bombole di ossigeno ripercorriamo lo stesso tragitto: i treni della stazione non sferragliano più sui binari, oggi sono soltanto grosse balene di acciaio sul fondo del mare. Quando in mezzo al buio del fondale un faro ne illumina la sagoma sembra di vedere materializzarsi il relitto del Titanic, fa lo stesso effetto. In realtà qui a Venezia Sommersa il fondale è molto meno scuro, perché non ci troviamo a grande profondità. 
Passiamo per il ghetto ebraico, il primo realizzato in tutto il mondo. Un modello esportato poi in tutte le città d’Europa e diventato tristemente conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Ci avviciniamo al punto dove una volta c’era il Ponte di Rialto, uno dei quattro che attraversavano il Canal Grande. Il ponte è crollato qualche anno fa e ora in mezzo a quella che dovrebbe essere l’arcata c’è un grosso mucchio di macerie. Il Canal Grande ai tempi dell’affossamento della città è uscito dal suo argine diventando un tutt’uno con il mare, anzi, diventando il mare. 
Di là le calli si facevano strette, si riempivano di negozietti e in un crescendo di formiche-turista ci sputavano in Piazza San Marco. Oggi pagando un piccolo extra si può entrare nella basilica allagata. Migliaia di metri quadrati di mosaici dorati sono ancora al loro posto e riluccicano illuminati dalle lampade artificiali posizionate ad hoc dalla manutenzione museale. Ogni giorno squadre di tecnici puliscono le colonne, i marmi, le cupole e i mosaici della basilica da alghe, sabbia e sedimenti che vi si depositano. Questo per rendere fruibile ai turisti lo splendore della basilica che testimonia l’immensa ricchezza di Venezia durante la sua massima espansione nel periodo delle Crociate, quando il corpo di San Marco fu rubato e portato in città nascosto in mezzo alla carne di maiale. Le colonne che cingevano la piazza hanno fatto la fine del Ponte di Rialto, crollate anch’esse e ridotte ad una montagnetta di macerie. Fa ridere pensare che una volta qui ci si preoccupasse di controllare le previsioni delle maree, più o meno come ora si controllano le previsioni delle tempeste di radiazioni solari, e che qualche centimetro di acqua alta potesse causare qualche disguido nella vita dei veneziani… fa ridere perché ora ci sono metri di acqua sopra i tetti di Venezia. L’acqua ora è in soffitta invece che in cantina

Guardo con nostalgia un altro dei ponti sommersi di Venezia e mi viene in mente il giorno della gara. Li aspettai tutti in Piazza San Marco per immortalare in una fotografia i loro ultimi attimi di fatica. Ci trovavamo relativamente vicini allo striscione di arrivo, giusto un paio di chilometri. Io stavo lì, pronto con la macchina fotografica. All’inizio del XXI secolo erano ancora di moda le fotografie, prima che l’intelligenza artificiale rendesse superfluo scattarle. Con l’avvento di ChatGPT e dei primi esperimenti di IA (Intelligenza Artificiale) divenne inutile farle, bastò infatti dire al computer di creare un’immagine di Leo che correva la maratona di Venezia ed ecco che anche se non era mai accaduto l’app elaborava un’immagine di Leo Bormolini che tagliava il traguardo della maratona di Venezia. In realtà non accadde mai, perché Leo non partì per quella gara, ne fu solo spettatore. 

La prima a passare in piazza fu Claudia Galli seguita a distanza di pochi minuti dagli altri iscritti alla dieci chilometri. Di lei non ho foto, non feci in tempo a scattarla. Arrivò così presto e inaspettata che non ero ancora pronto! Roberta Marchesini, al contrario, la intravidi a distanza in mezzo alla confusione di atleti tutti rigorosamente con le maglie bianche: passando dal punto in cui ero appostato sorrise alla macchina fotografica. Alberta Galli era in compagnia di Giancarlo Lanfranchi e fece in tempo a salutare con la mano passando. 
Un’altra persona che vidi all’ultimo momento fu Agnese Castellani: si era nascosta dietro ad un gigantone e la individuai all’ultimo secondo mentre svoltava al giro di boa per avviarsi verso le ultime centinaia di metri che la separavano dal traguardo. 
Emanuela Galli e Nicoletta Della Valle arrivarono in coppia mimetizzate in mezzo alle maglie tutte uguali e tinta unita. L’ultima a passare dalla piazza fu Milena Rodigari all’esordio con il Marathon Club! Con lei si chiudeva la distanza più breve, non rimaneva che aspettare quelli iscritti alla mezza maratona. 

Nuotiamo nella città allagata: dietro a quello che rimane della piazza un assembramento di sub fa capannello per ammirare il Ponte dei Sospiri che collegava il tribunale alle prigioni. Quando un condannato veniva dichiarato colpevole attraversava questo ponte e dalle due piccole finestrelle vedeva per l’ultima volta le acque della laguna e la sua libertà svanire per sempre: da qui il sospiro. L’unica persona che riuscì a fuggire dalle prigioni, conosciute come i Piombi, fu Giacomo Casanova e lo fece passando proprio dal tetto ricoperto di piombo che dà il nome all’edificio.  

Lì dove si è formato il capannello passava la gara. Come ci aspettavamo tutti la prima a passare per la mezza maratona fu Monica Confortola con un ampio margine su tutti gli altri. Se la cavò abbastanza bene, tanto da arrivare quinta generale fra le donne. Un caffè dopo passarono in rapida successione Marco Silvestri e Alessia Barberis. Anche lei era all’esordio con il Marathon Club, ma non ci sono foto sue perchè era così ben mimetizzata con l’ambiente circostante che nessuno la vide: cercavamo una ragazza con la maglia sociale bianca e le strisce blu sul fianco e invece lei aveva messo una maglia nera… praticamente cercavamo un ago in un pagliaio. E lo cercavamo al buio e con la luce spenta. 
Nando Bormolini, Cristiano Ponti e Emanuela Zini li individuammo più facilmente. Passarono uno dopo l’altro nell’arco di una decina di minuti. In coppia arrivarono anche Luciano Viviani e Stefania Colturi e qualche centinaio di metri più indietro arrivò sorridendo Nada Cusini. 
Il tempo di un altro caffè, il mille millesimo di quella lunga giornata e mentre riposavo su una panchina, proprio quella laggiù nascosta dalle alghe, passò Cristina Galli, la mia dolce metà. Era l’ultima del nostro gruppo. Passando mi scambiò per un fotografo ufficiale della manifestazione e come sua consuetudine alzò entrambe le mani con le dita a V nel segno convenzionale di vittoria. Soppesando la fatica che aveva fatto fino a quel momento mi considerai fortunato di vederla sollevare più di un dito. Fosse stato uno solo avrei scommesso quale sarebbe stato… 

Proseguiamo il nostro tour sott’acqua nuotando nel Canal Grande per tornare al punto di partenza. Qualche gondola giace abbandonata sul fondo del mare. Sembrano pesci addormentati con una forma un po’ strana: sono asimmetriche al punto da dare fastidio. Nei giorni della maratona ne vedemmo tante da averne la nausea. 

Sono in debito del racconto della maratona. Durante quell’edizione della trasferta sociale ci furono due esordienti di tutto rispetto. Don Stefano Ferrari se la cavò egregiamente, chiudendo la sua prima maratona in meno di quattro ore e passando prima di tutti dalla piazza in cui un po’ qua e un po’ là, a macchia di leopardo, ci eravamo sparpagliati per fare il tifo. Mi riferisco ovviamente agli accompagnatori. 
In meno di duecentoquaranta minuti (dire quattro ore sembrava troppo scontato…) passarono anche Sergio Cusini e in coppia Ceno Cusini e Livio Castellani. L’uno tirava la volata all’altro e l’altro tirava improperi al primo. Mi pare proprio di ricordare che Ceno migliorò il suo personal best in quell’occasione. E anche Federica Canclini! Arrivò subito dopo abbassando di oltre undici minuti il tempo precedente. Quindi passò Norbertino Cusini e la seconda esordiente: Carolina Mura. Che gara! La prima di tante altre che fece da quel giorno in poi. 

Nemmeno il tempo di un gelato, anche perchè se mi fossi alzato da quella panchina me l’avrebbero occupata e sarei dovuto rimanere in piedi, e transitarono in coppia Elena Usai e Dario Viviani. Nelle poche centinaia di metri che mancavano all’arrivo, la coppia divenne un trio perché raccolsero per strada Giulia Bormolini e tagliarono il traguardo a braccia alzate al cielo. A chiudere le fatiche di giornata ci pensarono Donatella Barindelli, Tiziano Castellani e Stefano Bormolini. 
Li ricordo tutti, non penso di averne dimenticato nessuno. Prima che la vecchiaia mi pesti nel suo mortaio mi sembrava giusto raccontare queste storie dei tempi andati e spero di non aver tralasciato nulla di importante. 

Ci prepariamo per riemergere e tornare in superficie. Il tour volge al termine e la guida che ci accompagna ci fa segno di cominciare le pause di decompressione. Lanciamo un ultimo sguardo alla Venezia Sommersa e ai ricordi di vecchie maratone di quando eravamo giovani. 
Una volta sulla barca guardiamo l’esteso mare che ha preso il posto della Pianura Padana e ci godiamo il tramonto bevendo uno spritz uguale a quelli che facevano a Venezia oltre due secoli fa. 

Intanto è notizia di questi giorni che la giunta comunale dei Comuni della Litoranea del Mar Padano ha in programma l’organizzazione di un evento sportivo per celebrare i cento anni dalla scomparsa di Venezia in fondo al mare. L’ha comunicato l’Intelligenza Artificiale nel notiziario di questa mattina. Verrà organizzata una maratona di nuoto in acque libere, ma non credo che parteciperemo come Marathon Club. Noi gente di montagna preferiamo stare con i piedi all’asciutto… 

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